Schwa: la comunicazione inclusiva

Giu 8, 2022

La lingua italiana definisce da sempre i termini collettivi e l’insieme di uomini e donne, con il plurale maschile. Questa convenzione però, alla luce delle continue discussioni in merito alla disparità di genere, non sposa la mission del rendere la lingua italiana più inclusiva.

Ecco perchè, da tempo si discute dell’utilizzo dello schwa, simbolo già molto diffuso ed utilizzato da alcune lingue

Ma cos’è lo schwa?

È un carattere dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), sistema di scrittura alfabetico utilizzato per rappresentare i suoni delle lingue nelle trascrizioni fonetiche.

Il simbolo che definisce lo schwa è simile a una “e” rovesciata “Ə” e la sua pronuncia è associabile ad alcune parole inglesi (come “a” di about, “u” di survive) o anche appartenenti a molti dialetti italiani (come jamm, mamm’t  ed in generale alla alla vocale finale nei dialetti del Centro Italia, in cui “sempre” diventa semprə, “bello” bellə, e così via)

Il problema dell’inclusività

Come spesso accade, tra i sostenitori e oppositori si è creato un divario culturale che però non ha portato ad un dialogo risolutivo o ad una soluzione concreta. 

Questa convenzione infatti porta alla luce un primo vero problema: la mancanza di inclusività.

Oggi, la visione comune è che al mondo esistano esseri umani esclusivamente di sesso maschile o di sesso femminile e non è ancora contemplata la possibilità di individui non riconducibili ad uno dei due poli. 

Nel frattempo però la medicina e la conoscenza generale si sono evolute evidenziando che l’identità di genere di una persona è molto più complessa del suo sesso biologico.

Per ogni essere umano infatti possono essere identificati:

  • Sesso biologico: ovvero il sesso assegnato alla nascita in base alle proprie caratteristiche fisiche
  • Identità di genere: fattori psicologici e culturali che rispondono alla domanda “mi sento, uomo, donna o altro? Le persone possono definirsi transessuali, ma anche non binarie, gender-fluid, agender, genderqueer, genderflux, genderfuck, in generale gender non-conforming (la terminologia è principalmente inglese in quanto la consapevolezza di questi temi è più avanzata in ambiti esteri angloamericani)
  • L’espressione di genere: ovvero “come mi presento” e quindi la libertà di esprimere e manifestare liberamente la propria identità
  • Orientamento sessuale: ovvero “chi mi piace”. La percezione generale (anche in questo caso) è la distinzione delle persone in omosessuali o eterosessuali, ma esistono invece anche altre sessualità:  bisessualità, la pansessualità, l’asessualità, ecc. 

Come emerge da questa semplice analisi, l’identità sessuale delle persone è molto più complessa di una elementare distinzione tra maschile e femminile come accade nella lingua italiana. Come fare quindi? 

Gli altri paesi

La Svezia ad esempio, già nel 2015 ha introdotto un pronome neutro per non sentire l’impatto dei pregiudizi di genere: hen (alternativa al pronome maschile han e a quello femminile hon). 

Il concetto di neutro in Svezia è talmente radicato che l’Accademia Svedese ha inserito il pronome hen nel dizionario ufficiale della lingua.

Inoltre, sensibili al tema del “neutro”, sempre in Svezia esiste un asilo dal nome “Egalia” in cui i bambini non hanno sesso: qui, i bimbi vengono chiamati con il pronome hen e possono giocare con qualsiasi gioco senza distinzione.

L’origine della rivoluzione “neutra” è quindi duplice:

  • Da una parta la comunità LGBT che promuove il pronome per sensibilizzare l’opinione pubblica 
  • Dall’altra l’idea è arrivata proprio dagli asili come Egalia che da sempre sostengono l’importanza dell’uso del pronome hen per far crescere i bambini senza il peso dei pregiudizi di genere

La Norvegia ha comunicato che entro un anno adotterà ufficialmente  il pronome neutro hen in quanto ampiamente usato e diffuso nel parlato, nei testi e sui media. 

Daniel Ims, rappresentante del consiglio della lingua norvegese, ha confermato che il pronome verrà introdotto nei dizionari e che una volta accettata la proposta, diventerà un’alternativa agli attuali pronomi maschili e femminili.

La Francia ha da poco proposto il pronome ‘iel’, neologismo inventato all’inizio degli anni 2010. Questa proposta ha acceso gli animi dei francesi che si dividono tra spinti sostenitori e fermi oppositori. 

Per ora, il pronome neutro non sarà presente in alcun dizionario, ma la discussione che ne è nata è di dimensioni nazionali, tanto da coinvolgere il governo. La ministra per le Pari opportunità infatti, Elisabeth Moreno, lo ha definito “un progresso per le persone che vogliono riconoscersi in questo pronome. Non capisco cosa possa togliere a coloro che non lo utilizzano“.

Chi invece si è opposto fermamente al pronome neutro è Francois Jolivet, deputato de La Republique En Marche, che ha descritto l’iniziativa come “molto infelice” e ha inviato una lettera all’Accademia francese per sollecitarla a esprimersi sulla questione.

La soluzione italiana è lo schwa?

Anche in Italia i pareri sono tanti e variegati e come spesso accade, trovare una soluzione è molto complicato. 

La lingua italiana, come è noto, è composta dai generi grammaticali maschile e femminile, usati per persone, animali e oggetti inanimati (questi ultimi invece in latino venivano associati ad un genere neutro che ormai l’italiano ha del tutto perso). 

Le soluzioni adottate e tutt’ora usate in questi anni per ovviare il problema del “neutro” sono diverse: asterisco (“Ciao a tutt*), chiocciola, apostrofo, x, z e appunto lo schwa

Negli ultimi anni l’uso dello schwa ha iniziato a diffondersi in vari contesti per cercare di superare quello che alcune categorie di persone giudicano come un limite espressivo della lingua italiana, ossia il fatto che non sia possibile non esprimere il genere di una persona o di un gruppo di persone.

Uno dei primi sostenitori dell’utilizzo dello schwa è stato Luca Boschetto, che nell’aprile del 2015, diffuse il documento “Proposta per l’introduzione della schwa come desinenza per un italiano neutro rispetto al genere, o italiano inclusivo”.

La proposta in questione fu quella di integrare due tipi di neutro: lo “schwa breve” “ə” per il singolare e lo “schwa lungo” “3” per il plurale. Dello stesso pensiero è anche la linguista Vera Gheno che, nel dicembre del 2019 affrontò la questione all’interno del suo libro “Femminili singolari”, individuando nello schwa la soluzione alla mancanza nella lingua italiana del genere neutro.

I contro dello Schwa

Tra sostenitori e oppositori, la questione sullo schwa è sia sociale che linguistica. 

  • Lo schwa non è un simbolo molto comune e non c’è un modo per digitarlo facilmente sulle tastiere di pc e smartphone.
  • Introdurre un nuovo suono nell’italiano parlato sembra comunque piuttosto complicato sia per le abitudini molto radicate dei parlanti, sia perché l’italiano è una lingua piena di eccezioni e varianti. Risulta forse più praticabile nella lingua scritta, il contesto da dove proviene il concetto stesso di schwa del resto.
  • Lo schwa rappresenterebbe un problema per alcune persone dislessiche, neurodivergenti o, in generale, con difficoltà di lettura (per esempio le persone anziane). 
  • Introdurre lo schwa implicherebbe infine intaccare la morfologia, la sintassi e la testualità della lingua

In conclusione lo schwa probabilmente non è e non sarà la soluzione definitiva al problema, quanto il segnale vivo di un’esigenza alla quale al momento non è stata ancora  trovata una via percorribile.

Del resto però, siamo liberi di esprimerci come desideriamo: perciò se qualcuno si sente più incluso con l’introduzione dello schwa perchè non utilizzarlo nella nostra comunicazione ?😊